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Finanziamenti Europei, i fondi ci sono, basta richiederli.

spreco_fondiMancavano i dati relativi a tutto il 2013 sulla quantità di soldi dei fondi europei per lo sviluppo regionale spesi dall’Italia in confronto con gli altri Paesi della Ue. Finalmente la Commissione li ha elaborati e il risultato è la tabella qui sopra. I risultati, come al solito, sono impietosi: siamo il peggior Paese europeo in quanto a uso dei fondi Ue, superati soltanto dalla Romania e dalla Croazia, che dei 225,4 milioni che poteva spendere non ha usato nemmeno un euro

Tra il 2007 e il 2013 la Ue ha messo a disposizione dell’Italia poco più di 21 miliardi di euro in fondi per lo sviluppo economico, quelli che dovrebbero servire per interventi strategici come infrastrutture di trasporto, incentivi alle imprese innovative: noi ne abbiamo usati meno della metà, a fine periodo, cioè il 45,68%. Quindi non è vero che i soldi per gli investimenti non ci sono. Ci sono, ma per molti motivi noi non li spendiamo.

Secondo il Comitato delle Regioni, organo consultivo in ambito europeo alla cui vicepresidenza siede l’ex governatore del Piemonte Mercedes Bresso, il principale scoglio è la burocrazia. Nelle regioni italiane non ci sono professionisti in grado di far marciare progetti con i soldi di Bruxelles. I fondi strutturali, infatti, richiedono un pianificazione “dal basso” che deve coinvolgere tutti gli attori politico-amministrativi, dal governo nazionale alle regioni, alle province, ai comuni fino ai sindacati, alle associazioni, alle imprese e via dicendo. Non riuscire a usare quei soldi è una preoccupante cartina di tornasole della nostra incapacità di fare sistema. Basti dire che a 5 anni dall’avvio del periodo di programmazione, cioè al 31 dicembre del 2011, le regioni avevano speso appena il 18% dei fondi Ue che avevano a disposizione. Il problema è che il grado di complicazione della burocrazia è, se possibile, addirittura peggiorato: nel 2014 dovrebbe iniziare la programmazione per usare i fondi europei nel periodo 2014-2020 e secondo il comitato delle Regioni, le regole per accedervi sono diventate ancora più complicate di quelle della programmazione 2007-2013. Per di più, la politica dell’uso dei fondi europei è stata quella di concentrare i soldi in alcuni grandi progetti, quelli da 50 milioni di euro in su, per evitare di disperdere quei fondi in mille micro interventi che non riescono ad avviare un volano economico apprezzabile. Il fatto è, però, che un appalto pubblico di 50 milioni si impantana più facilmente nelle maglie della burocrazia pubblica di quanto non facciano 50 progetti da 1 milione ciascuno. Soprattutto quando le procedure amministrative sono così farraginose come da noi.

In più c’è l’assurda norma del patto di stabilità interno: siccome agli enti locali è impedito di spendere anche i soldi che avrebbero a disposizione, non possono cofinanziare i progetti comunitari e quindi non possono chiedere i soldi.

E ora che cosa succede? Succede che per cercare di spendere il 55% circa dei fondi che non siamo riusciti a spendere in 7 anni, abbiamo ancora solo due anni a disposizione. Il rischio è che per spendere quella massa enorme di soldi, pari esattamente a 11 miliardi e 407 milioni che diventano il doppio considerando il cofinanziamento nazionale, la burocrazia centrale e quella delle Regioni, siano indotte ad approvare qualsiasi progetto che venga loro presentato perché solo così si eviterà di vedersi togliere le risorse alle quali abbiamo diritto e vederle convogliate verso altri Paesi, quelli più virtosi. Se la critica che viene spesso, e giustamente, fatta all’uso che l’Italia fa dei fondi Ue non è solo quella di spenderli poco, ma di spenderli male, nei prossimi due anni questo rischio aumenterà esponenzialmente. L’anno più drammatico, da questo punto di vista, sarà il 2015 quandotutte le Regioni italiane faranno di tutto per spendere i soldi che non hanno speso negli anni precedenti. Senza andare troppo per il sottile

Fonte: Panorama

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Agricoltura, nuove opportunità in Romania

spighe_di_granoBucarest, 04 dic – (Agenzia Nova) - Il settore agricolo romeno è strategico sia per la crescita economica della Romania che per l’incremento della presenza imprenditoriale italiana, già significativa: si tratta solo di una delle conclusioni emerse oggi dal convegno “Il futuro dell’agricoltura in Romania fra strumenti comunitari e finanziari” organizzato dalla Camera di commercio italiana per la Romania (Ccipr) con il patrocinio dell’ambasciata italiana a Bucarest. Fra i relatori invitati a questo appuntamento ormai annuo col settore agricolo erano presenti il ministro dell’Agricoltura romeno, Daniel Constantin, il consigliere per strategie economiche del primo ministro Victor Ponta, Dante Stein, l’ambasciatore d’Italia a Bucarest, Diego Brasioli, il presidente della Camera di commercio italiana per la Romania, Roberto Scagnoli, la rappresentante dell’Agenzia romene per i pagamenti nell’agricoltura, Raluca Daminescu, l’imprenditore italiano Piero Francisci e gli avvocati dello studio legale Tonnuci & Partners, Ines Popa e Cecilia Badea.


Il settore agricolo romeno contribuisce annualmente in media al 7,9 per cento del Pil di Bucarest, un dato di una certa importanza se si tiene conto che la media europea è dell’1,9 per cento. La Romania impiega quasi il 30 per cento della forza lavoro del paese, il più grande tasso dell’Unione europea, quasi tre volte in più rispetto alla Bulgaria e quasi allo stesso livello della Cina, ma le aziende agricole del paese balcanico registrano un fatturato annuo medio di circa 2 mila euro, mentre la media europea è di 25 mila euro. Sono stati rilevati, inoltre, i tempi d’attesa troppo lunghi per un imprenditore interessato a investire nel settore dal momento del suo arrivo nel paese sino all’effettivo avvio dell’attività con i procedimenti burocratici che possono variare fra gli 11 e i 21 mesi.

La questione di massima rilevanza emersa durante il convegno è stata la liberalizzazione dal primo gennaio del 2014 del regime per l’acquisizione dei terreni agricoli per i cittadini stranieri per cui il governo ha già preparato una serie di misure, non senza controversie, di prelazione per gli agricoltori romeni rispetto a quelli stranieri. “Esiste una tradizione riconosciuta nei rapporti diplomatici fra l’Italia e Romania ed esiste un gruppo di lavoro fra i ministeri dell’Agricoltura dei due paesi, ma l’ultimo incontro di questo gruppo è avvenuto nel 2005 quindi siamo in ritardo su questo punto e abbiamo l’obbligo nel prossimo periodo di migliorare i rapporti diplomatici e istituzionali per creare un quadro favorevole agli investimenti in Romania, ma anche in Italia dove la comunità romena ha creato molte aziende o attività personali che lavorano, a mio avviso, con grande successo”, ha precisato nel suo intervento durante il convegno il ministro dell’Agricoltura, Daniel Constantin.

Stando al ministro, il settore agricolo romeno è passato da un tappa di osservazione del potenziale a una di valorizzazione. Costantin ha precisato, attualmente, che le principali fonti di investimento nel settore agricolo sono i fondi europei e quelli pubblici. Il titolare del dicastero romeno ha evidenziato la differenza fra le due fonti: i finanziamenti europei nel 2013 sono stati pari a 2,3 miliardi di euro, mentre il budget del ministero dell’Agricoltura è stato solo l’1,1 per cento di questa somma. Il ministro ha inoltre evidenziato che il governo romeno ci tiene ad assicurare agli investitori una prevedibilità del quadro normativo e dei rapporti con il settore bancario. Per agevolare l’acquisizione dei terreni agricoli, il governo di Bucarest ha elaborato una normativa per assegnare garanzie di stato a crediti bancari con un anticipo solo del 10 per cento. Stando al ministro, sette banche hanno già dato il loro consenso per la partecipazione al programma e altre sei sono in trattative avanzate con il ministero dell’Agricoltura.

Per il prossimo esercizio finanziario dell’Unione europea 2014-2020, il ministro ha inoltre precisato che la Romania avrà a sua disposizione per il settore agricolo circa 17 miliardi di euro e l’esecutivo romeno coprirà con propri fondi la differenza fra i fondi ricevuti dagli agricoltori romeni e la media europea. Costantin ha inoltre sottolineato la necessità di ricostruire un sistema nazionale di irrigazione che il governo intende avviare attraverso partenariati pubblico-privati. Riguardo i settore della pomicoltura e viticoltura, il ministro Constantin ha sottolineato che nel primo caso la Romania possiede circa 200 mila ettari di frutteti, di cui oltre la metà sono in stato di degrado, ma anche in queste condizioni sono in grado di coprire quasi integralmente il fabbisogno nazionale, mentre nel capo viticolo l’assorbimento del 100 per cento dei fondi europei a disposizione ha garantito uno sviluppo significativo del settore.

Su questi due rami del settore agricolo il ministro ha indicato la necessità di introdurre un sistema integrato con la costruzione di depositi per conservare i prodotti in associazione con produttori che garantiscono il continuo uso dei rispettivi spazi di stoccaggio. In merito all’introduzione del diritto di prelazione per l’acquisto di terreni agricoli ai cittadini romeni rispetto agli stranieri dal 1 gennaio del 2014 il ministro Constantin ha precisato a “Nova” che questa non può essere considerata una discriminazione in quanto è una misura già presente da due anni nel Codice civile. “Il potenziale dei terreni romeni è molto alto, e dobbiamo lavorare per valorizzarli meglio dal punto di vista delle irrigazioni, della tecnologia e della produzione e man mano che il numero dei terreni non lavorati si ridurrà questi arriveranno a valori di credito molto più elevati”, ha affermato il ministro. Constantin ha infine precisato che non si attende un grande afflusso di investimenti stranieri dopo la liberalizzazione dell’acquisto dei terreni agricoli e che questo succederà attraverso aziende serie che sono comunque già presenti sul mercato e contribuiscono pagando le tasse.

Sul diritto di prelazione ai cittadini romeni sull’acquisto di terreni il segretario generale della Ccipr, Adrian Dimache, ha precisato a “Nova” che alcuni elementi della rispettiva normativa avrebbero potuto essere riesaminate in quanto non necessarie perché potrebbero confliggere con diritti costituzionali o regolamentazioni europee. “Questa legge non è estremamente importante e alla fin fine gli investimenti nel settore agricolo vengono eseguiti sotto forma di società commerciali e molto spesso chi ha investito come persona fisica lo ha fatto per una questione di speculazione e l’agricoltura è uno di quei campi in cui preferiamo che la speculazione non aumenti i prezzi”, ha detto Dimache.

Il segretario generale della Camera di commercio italiana per la Romania si è detto dubbioso sul fatto che la liberalizzazione dell’acquisto di terreni agricoli per i cittadini stranieri determinerà un aumento dei prezzi nel prossimo periodo. “Non sarà questo il fattore che farà aumentare i prezzi. Quello che potrebbe influire è un eventuale fenomeno su larga scala in Romania. Quando tutti i terreni saranno ben identificati sarà facile comprare un terreno e allora probabilmente aumenteranno i prezzi anche perché sarà più facile accorpare i terreni in grandi superfici”, ha precisato Dimache.

Fra i rappresentanti degli imprenditori italiani nel settore agricolo c’era Mirco Maschio, l’amministratore delegato del produttore di attrezzature e macchinari agricoli Maschio Gaspardo, uno dei principali attori del mercato romeno. Maschio ha precisato a “Nova” che la legge sui diritti di prelazione non rischia allontanare i potenziali investitori stranieri dal settore agricolo romeno. “Non la vedo come un atto che comporti un aumento degli investitori come persone fisiche perché chi vuole svolgere un attività ha bisogno di finanziamenti e le banche hanno bisogno di un bilancio, dunque di una società, tanto più che ci sono tanti vantaggi fiscali a possedere una società e non operare come persone fisica”, ha precisato Maschio.

Anche l’Ad di Maschio Gaspardo si è inoltre detto sicuro che la liberalizzazione dell’acquisto di terreni porterà un brusco aumento dei prezzi nel settore agricolo. “Il paese sta crescendo e si sta adattando al livello europeo e di conseguenza i prezzi non possono che crescere ma non vedo fattori scatenanti”, ha sottolineato l’imprenditore italiano a “Nova”. Stando ai dati presentati oggi durante il convegno le aziende italiane registrate in Romania possiedono circa 300 mila ettari di terreni agricoli, ovvero quasi il 25 del totale dei terreni agricoli posseduti da aziende con capitale straniero.

Grande opportunità per aziende italiane nell’agricoltura

La Romania rappresenta “una grande opportunità per le aziende italiane nel campo dell’agricoltura per tre motivi: perché è uno dei paesi in cui l’agricoltura possiede la più grande varietà di colture: da quelle estensive di cereali a quelle specifiche della zona che possono interessare i mercati internazionali. Il secondo motivo è che si parte da un livello già alto ma vi è ancora molto da fare, poiché in molte zone del paese si lavora ancora con un agricoltura di sussistenza. Il terzo motivo per cui è interessante stare in Romania, è l’ingente quantità di fondi strutturali che l’Ue sta dedicando a questo paese”. Lo ha detto a “Nova” Roberto Scagnoli, presidente della camera di Commercio italiana in Romania, nel corso della conferenza “Il futuro dell’agricoltura in Romania fra strumenti comunitari e finanziari”, che si è svolta questa mattina a Bucarest.

L’italia dovrebbe avere un ruolo privilegiato in Romania “perché ha una storia simile a quella romena. Anche noi veniamo da un’agricoltura di sussistenza, e da questa siamo stati capaci di passare a un’agricoltura di tipo industriale, perfettamente integrata nelle politiche europee. Abbiamo imparato nel tempo a gestire i fondi dell’Ue nel modo migliore possibile e, soprattutto, rispetto gli altri paesi l’Italia vanta una tradizione agroalimentare specifica, conosciuta in tutto il mondo. Inoltre, come la Romania, punta più sulla qualità che sulla quantità”, ha continuato Scagnoli.

Il nuovo modo di interagire “tra le associazioni degli imprenditori e il governo è rivoluzionario e innovativo, e fa sì che il ruolo assegnato alle associazioni di imprenditori sia oggi fondamentale. Noi possiamo veicolare gli interessi degli investitori verso il governo, e il governo ci ascolta perché capisce che le nostre esigenze, una volta soddisfatte, possono portare un maggior gettito fiscale e una maggiore crescita economica, e di conseguenza un miglioramento delle condizioni del paese”, ha concluso il presidente della camera di Commercio italiana per la Romania.

Le industrie italiane possono vincere nel settore agricolo

La Romania come tutti i paesi in via di modernizzazione “offre vaste opportunità a chi le sa cogliere. Ma allo stesso tempo, visto il processo di modernizzazione e ristrutturazione, presenta alcune difficoltà strutturali. E’ qui, però, che le ditte italiane con la loro grande tradizione nel settore dell’agricoltura, le loro capacità e la notevole flessibilità possono vincere”: lo ha detto a “Nova” il consigliere del primo ministro Victor Ponta, Dante Stein, nel corso della conferenza “Il futuro dell’agricoltura in Romania fra strumenti comunitari e finanziari”, che si è svolta questa mattina presso la camera di Commercio italiana in Romania. L’agricoltura romena “offre grandi margini di crescita per chi investe in aziende agricole e per chi investe in operazioni commerciali collaterali, come la vendita di input e macchinari”, ha continuato Stein.

“La camera di Commercio italiana in Romania – ha aggiunto – svolge un ruolo estremamente attivo e propositivo in questo processo di consultazioni, avendo promosso la costituzione di un gruppo di lavoro specifico dedicato alle banche, il cui scopo è proporre soluzioni specifiche e sistematiche capaci di aumentare il grado di finanziamento del settore agricolo romeno”. Tutto questo processo “può solo arricchire la Romania creando valori aggiunti, posti di lavoro e, naturalmente, maggiori entrate per lo Stato. Fondamentale, quindi, l’impegno di tutti gli attori”, ha concluso il consigliere del primo ministro.

Ambasciatore Brasioli, settore agricolo chiave per crescita del paese

Quello agricolo è un settore chiave per la crescita della Romania e per la crescita imprenditoriale italiana, che è già forte. Lo detto a “Nova” l’ambasciatore italiano a Bucarest, Diego Brasioli, a margine della conferenza “Il futuro dell’agricoltura in Romania fra strumenti comunitari e finanziari”, che si è svolta questa mattina presso la camera di Commercio italiana in Romania. Gli investimenti principali “riguardano il settore dei cerali, degli allevamenti, della produzione dei formaggi, e il settore vinicolo – ha continuato Brasioli – . Importantissima è anche la presenza di gruppi italiani di fama internazionale attivi nella produzione di macchinari agricoli”. L’Italia è molto presente, ha detto l’ambasciatore, “ma può fare ancora molto per contribuire allo sviluppo della filiera agricola romena, grazie al ruolo di leader che in alcuni settori specifici di questo campo è giocato dalle nostre aziende. Basti pensare al settore idrico, fondamentale, così come all’industria della conservazione”.

Il nostro paese ha anche un altro primato: “Occupa, in Romania, la prima posizione nella classifica dei paesi che investono in territori agricoli – ha spiegato Brasioli -. Se prendiamo il totale della superficie agricola in Romania detenuta da stranieri, un quarto fa capo a investitori italiani. E’ una quota cospicua, che caratterizza la volontà dei nostri investitori non solo di detenere terreni, ma anche di farli fruttare svolgendo attività produttive”. Per far crescere il flusso di investimenti italiani in Romania, ha concluso Brasioli, “si guarda con grande attenzione a quanto la Romania sta facendo su due settori specifici: lo snellimento delle procedure di erogazione dei fondi comunitari e l’identificazione dei terreni nel sistema di accatastamento”.

Fonte: www.agenzianova.com

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Dieci anni insieme

Blue Concept è il marchio attraverso il quale la STILE EXPORT S.R.L.  identifica i servizi legati allo start-up aziendale dal 2004. Nati dalla sempre più crescente esigenza delle aziende di delocalizzare la propria attività nei paesi dell’est. La nostra sede è in Romania a Targu Mures nel centro della Transilvania. Qui abbiamo avviato per conto di terzi diverse aziende in settori ad alto contenuto professionale, tra queste ad esempio Progettazione Attrezzature, Progettazione Sistemi di Saldatura, Progettazione Elementi Di Carrozzeria, Web Design, Diversi Esercizi Commerciali

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Investimenti nei terreni agricoli

I terreni agricoli in Romania hanno un costo d’acquisto che varia da 1900 a 2900 euro/ettaro, a seconda della tipologia e della loro posizionamento geografica nel Paese, nonché dalle dimensioni dell’accorpamento e alla presenza o meno dei sistemi di irrigazione.

 

La caratteristica primaria di questi terreni è che non sono mai stati lavorati intensamente a causa sia della mancanza di adeguati mezzi agricoli e della non volontà del passato regime di valorizzare un’efficiente agricoltura intensiva, col risultato che molti terreni o sono incolti o essendo stati lavorati per lo più in ambito familiare non hanno subito trattamenti stressanti di concimi,diserbanti e antiparassitari.

 

Su questi terreni sono possibili coltivazioni molto simili a quelle Italiane (grano duro-tenero,orzo,mais barbabietola da zucchero,soia,colza,girasole, vigneti ecc.).
Riguardo i 
Cereali le possibilità di coltivazione sono ottime anche grazie al clima particolarmente favorevole. E’ inoltre da segnalare che molte grosse imprese italiane ed estere del settore,sono presenti da tempo in Romania.

PERCHE’ INVESTIRE NEI TERRENI AGRICOLI

  • I prezzi dei terreni agricoli,ancora bassi,sono in forte aumento: chi ha comprato solo tre anni fa,ha già più che raddopiato il valore dell’investimento,e ancora oggi i margini di crescita del prezzo della terra,sono notevolissimi, se riferiti a un valore medio per “ha” europeo.
  • E’ un’occasione più unica che rara trovare terreni così fertili e piani sul suolo europeo a prezzi così allettanti. Basta seguire l’evoluzione dei prezzi dei terreni e di altri beni (quali immobili,terreni edificabili,ecc…) nei Paesi vicini come Ungheria,Slovacchia e Repubblica Ceca
  • Il suolo della Romania ricco di Cernoziom o “cioccolato”,è un tipo di terra molto fertile,adatta a qualsiasi tipo di coltivazione,senza sassi, che ha bisogno di poca acqua. E’ presente oltre che in Romania solo in alcune zone d’Europa,come l’Ucraina,in Russia,nel Nord della Cina e in alcune parti negli Stati Uniti d’America.
  • Sono investimenti sicuri ,a forte valore speculativo,consigliati dalle maggiori banche internazionali presenti nel Paese. Il rendimento in rapporto all’investimento è più che buono.
  • Molti investitori italiani ed esteri stanno acquistando negli ultimi anni terreni in tutta la Romaniain virtù del suo potenziale agricolo: all’inizio molti imprenditori hanno delocalizzato in Romania,principalmente a Timisoara,stabilendo una sede produttiva nel Paese e occupandosi prevalentemente di industria,ma vedendo le buone opportunità presenti nel settore agricolo,hanno poi acquistato e stanno tuttora acquistando terreni,allevamenti,aziende agricole,perchè credono nella bontà dell’investimento.

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Diamo un taglio alle spese fiscali.

Con l’ingresso nell’Unione Europea la Romania sta conoscendo una spettacolare crescita immobiliare propiziata dall’aumento dei salari, dalla nascita della classe media e dal programma “prima casa”, grazie al quale il Governo garantisce mutui trentennali a tassi agevolati per privati che desiderano acquistare terreni e abitazioni.

Una novità molto importante è che dal 1 gennaio 2012 i cittadini residenti nell’Unione Europea possono acquistare direttamente terreni senza essere obbligati a costituire una società per poterlo fare (qualche limitazione rimane solo per certi investimenti per cui è rimasto il termine del 1/1/2014: p.es. aree agricole, foreste, beni architettonici protetti, ecc.). Questa è un’ottima opportunità perché in passato gli stranieri dovevano essere residenti in Romania per essere equiparati a cittadini romeni, invece in tal modo persone fisiche e giuridiche straniere (purché residenti in UE) possono comprare senza alcun impedimento o costo aggiuntivo.

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Fondi europei per la Romania 2014-2020 + 11%

Chi vince e chi perde nella ripartizione della manna da 325 miliardi di euro dei fondi strutturali europei per il periodo 2014-2020? Può sembrare un gioco ma la partita in realtà è molto importante. Dopo il voto avvenuto in plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo sul bilancio pluriennale 2014-2020, la partita ai supplementari sui fondi Ue per i prossimi sette anni (speriamo di vacche grasse dopo i quasi sette anni di vacche magre) si può considerare finita ed è tempo di consuntivi.

Bruxelles metterà a disposizione 325 miliardi di fondi strutturali da ripartire tra i 28 Paesi Ue. Per l’Italia questo significa una dote che passa da 27 a 31,8 miliardi, di cui due miliardi e mezzo in più al Centro-Nord rispetto al periodo 2007-2013 con i maggiori benefici per Lombardia e Lazio, che guadagnano rispettivamente 830 e 417 milioni. Almeno va in questa direzione la proposta tecnica di riparto dei 7,8 miliardi di fondi Ue dell’obiettivo Competitività per il 2014-2020 presentata ai rappresentanti delle regioni del Centro-Nord nei giorni scorsi.

finanziamenti_2314Poi sarà la volta della dotazione per le regioni del Mezzogiorno per spartire i 22,8 miliardi di risorse dell’Obiettivo Convergenza disponibili e della nuova categoria di regioni di transizione (Sardegna, Abruzzo e Molise) che devono dividersi 1,125 miliardi. Insomma l’Italia ha fatto bingo e ora spetta alle regioni non disperdere la manna che in passato non è stata sempre messa a buon frutto con la dovuta efficienza.

Primo punto da sottolineare: la nuova allocazione di fondi scende rispetto al precedente bilancio pluriennale (2007-2013) che si era attestata a 347 miliardi di euro. Dopo le proteste britanniche di Cameron (che ha mantenuto lo sconto della Thatcher) e le resistenze di Berlino la somma finale si è ridotta a 325 miliardi di euro (-7% di sforbiciata). Detto questo vediamo chi vince e chi perde nella nuova distribuzione dei fondi. Più in generale cresce la percentuale di fondi spettante all’Europa centro-orientale (177,57 a 180,93 miliardi, +2,6%) rispetto a quella dell’Europa Occidentale (169 miliardi a 140 attuali, -16%).

In dettaglio guadagnano la Polonia del premier Tusk (da 67 a 72 miliardi, +7,2% la Slovacchia (da 11 a 13, +11,6% con cui conquista la maglia rosa per il maggior incremento nell’area), la Romania (da 19,67 a 21,83, +11%), la Bulgaria (da 6,8 a 7,15, +4,4%), la Croazia appena entrata e che incassa 8miliardi di euro netti in più per le sue infrastrutture. Perdono fondi europei, invece, la Repubblica ceca (da 26,93 a 20,58, -23%), l’Ungheria (da 25,31 a 20,50, -19%), la Slovenia (da 4,21 a 2,89, -31,3%) . Un brutto colpo per Lubiana che conquista la “maglia nera” con il 31,3% di riduzione dei fondi in un momento molto difficile per le sue finanze pubbliche e a rischio di dover chiedere gli aiuti all’ ESM e all’Fmi per ripagare i suoi bond in scadenza.

Comunque va osservato che nell’Europa centro orientale i fondi strutturali sono diventati sempre più rilevanti, pesano tra il 2 e il 3% del Pil e spesso superano gli investimenti diretti esteri. Che ci sia una nuova ripartizione all’interno degli stessi Paesi dell’Europa centro orientale può stupire fino a un certo punto, quando scopriamo che conti alla mano la Polonia, Romania, Slovacchia e Bulgaria aumentano i fondi a loro disposizione, mentre calano i flussi per Slovacchia, Ungheria e Repubblica ceca. Evidentemente le esigenze sono ancora diverse tra i cugini centro-orientali.

Ciò che sorprende di più però è constatare che i fondi crescono anche per l’Italia (forse per una maggiore capacità contrattuale a Bruxelles del nostro Governo o per una difficile situazione infrastrutturale delle nostre regioni) mentre scendono i fondi riservati a Spagna e Grecia (meno 6 miliardi di euro). Forse perché sia la Spagna che la Grecia hanno già ricevuto molto del bilancio precedente, senza contare gli aiuti finanziari per la crisi del debito. Quanto ai francesi restano stabili, segno di un paese troppo immobile in tutti i sensi.

 

Fonte: Vittorio Da Rold – Il Sole 24 Ore – leggi su http://24o.it/SPUvW

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In Romania liberalizzata vendita terreni agricoli a stranieri

BUCAREST – Il governo romeno ha varato un progetto di legge che liberalizza la vendita di terreni agricoli a persone fisiche degli altri Paesi Ue (piu’ Islanda, Norvegia e Liechtenstein) a partire dal prossimo anno. Il provvedimento, che dovrà essere sottoposto al voto del parlamento, consentirà ai cittadini europei di acquistare direttamente i terreni senza più obbligo di essere associati a un partner locale romeno nell’ambito di una società, come avvenuto finora. Avranno tuttavia la precedenza rispetto agli stranieri lo stato romeno, i coproprietari e affittuari di terreni, i vicini e gli agricoltori con meno di 40 anni della località dove si trova il terreno in questione.

La Romania è al quinto posto nella Ue per estensione di terreni agricoli. Dopo l’ingresso nell’Unione nel 2007, al pari degli altri Paesi dell’est Europa dove i prezzi dei terreni erano di molto inferiori a quelli dell’Occidente, furono imposte restrizioni all’acquisto dei terreni da parte degli stranieri con lo scopo di preservare l’agricoltura locale. Ciononostante, in Romania fra 700 mila e 800 mila ettari di terre coltivabili sono stati acquistati da investitoti stranieri, in associazione con partner locali.

Fonte: www.ansa.it

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Mille aziende agricole trasferite in Romania

La corsa alla terra ha continuamente fame di nuove destinazioni. L’ultima pare sia la Romania, che da sola rappresenta il 12,5 % di terreno agricolo di tutta l’Unione Europea e dove l’accaparramento di suolo libero da parte di investitori stranieri è in continuo aumento. Tra questi spiccano gli agricoltori italiani i quali, vuoi per il costo elevato della terra, vuoi per la mancanza di accesso al credito e per la burocrazia schiacciante, dall’Italia si sono trasferiti in Romania dove è oggettivamente più facile avviare un impresa.

Sono 1174 le aziende agricole italiane registrate (fonte ICE) che coltivano il 25% del suolo agricolo romeno, circa 200mila ettari. In alcune zone gli italiani rappresentano il 50% delle aziende straniere, come nel distretto di Timis, il cui capoluogo Timisoara è conosciuto come l’ “ottava provincia veneta” tanti sono gli agricoltori provenienti da quella regione. Nel Timis ci sono 135 aziende italiane che fanno capo a 30mila ettari.
Nonostante il suo chernozem fertilissimo (secondo alcuni quattro volte superiore al suolo italiano) le imprese straniere coltivano solo mais, grano, colza e girasoli. Sono le colture meno costose e vengono destinate a una fitta rete di intermediari. La Romania ha una pressione fiscale del 16% e un costo del lavoro basso secondo gli standard europei. Ma ciò che attrae rimane il prezzo irrisorio del terreno. «Nel 2003 la terra costava 150 euro l’ettaro» racconta Marco Oletti, imprenditore agricolo e Viceconsole onorario di stanza a Craiova, nuova zona di migrazione italiana «contro una media italiana di 30mila euro. Fu allora che acquistai qualche centinaio di ettari e quando si sparse la voce altre persone mi chiesero di comprare terra per conto loro e di rivenderla a prezzi maggiorati. Diventò il mio lavoro, creai un’agenzia di consulenza e tutt’ora mi occupo di vendere e comprare terreni accorpati».

L’ “accorpamento” è un processo indispensabile per chi vuole fare agricoltura convenzionale: oggi la Romania è ancora divisa in milioni di strisce – che gli italiani più nostalgici chiamano ‘lasagne’ – fette di terreno non più larghe di 7-8 metri. Una frammentazione retaggio del periodo transitorio tra la caduta del regime e l’instaurarsi del nuovo governo il quale divise il terreno agricolo in tanti piccoli appezzamenti equamente assegnati ai contadini delle ex-cooperative statali. Una scelta che se da un lato ha permesso a chiunque di avere un pezzo di terra per l’autosostentamento, dall’altro ha contribuito a mantenere l’agricoltura un’attività pressoché rurale, di sussistenza.

L’accorpamento non è una pratica semplice. La trafila burocratica per mettere insieme i certificati di proprietà richiede parecchio tempo e fino al 2007 la Romania non ha mai avuto un catasto. Ma ciò non ha fermato il mercato della terra: oggi i proprietari con meno di un ettaro sono diminuiti del 14% mentre le grandi aziende che gestiscono decine di migliaia di ettari sono aumentate del 35%.
Mauro e Adriano hanno 28 e 29 anni e sono qui da dieci da quando, terminati gli studi in agraria, il padre comprò loro della terra al confine con la Bulgaria e disse: “Questa è la vita. Andatevela a prendere”. I due fratelli hanno preso alla lettera l’invito e oggi coltivano 300 ettari. Ma per essere considerati ‘grandi’ devono avere ben altri numeri. Ad esempio quelli di Antonio che coltiva 5000 ettari nella campagna intorno a Scorniçesti, paese natale di Nicolae Ceaușescu. Antonio ha 62 anni e cede la sua proprietà per 8 milioni di euro (in Italia ne varrebbe almeno 40, dice Oletti).

Agricoltura_balla_di_fienoGeneralmente l’italiano ce l’ha con il romeno perché «ruba al padrone» racconta Totò, un agricoltore siciliano «pensando di fare un buon affare; invece non capisce che ha la possibilità di avere un lavoro e che noi siamo portatori di benessere». Totò è emigrato perché intorno ad Agrigento non c’era più spazio per allargare la sua proprietà. «Mia figlia mi disse che la Romania le sembrava un albero pieno di frutti pronti per essere raccolti». Ora stanno cercando di portargli via i campi ma lui ha già trovato nuove vie su cui investire: con un suo conterraneo ricoprirà terreni di pannelli fotovoltaici. Lo stesso conterraneo è in Romania perché in Italia le banche non gli concedono più credito: «Strade, ponti, autostrade: in Romania ci sono un mucchio di cose da fare».

Produrre energia è un’evoluzione degli affari conclusi sui campi dei romeni. Oltre al fotovoltaico a terra ci sono le centrali a biomasse. Domenico Pisano è un agronomo calabrese di 40 anni e nelle sue due aziende sta sostituendo progressivamente le coltivazioni di mais con la colza da cui trae il trinciato destinato ad “alimentare” questi impianti: «Riconosco che è un controsenso sottrarre coltivazioni al comparto alimentare per produrre energia. Ma io non sono padrone della mia azienda: lo è il mercato. E se il mercato va in quella direzione io, se voglio continuare a lavorare, devo seguirlo».
Nel 2007, anno in cui la Romania è entrata a far parte della Comunità Europea, il Governo sentenziò che solamente aziende di diritto romeno potessero acquistare o affittare terra su suolo nazionale. Ma le aziende straniere hanno trovato dei soci romeni aggirando l’ostacolo. Ora non ce ne sarà più bisogno perché dal 2014 la legge decadrà. Molte compagnie stanno già scalpitando come cavalli da corsa ai blocchi di partenza, pronte a sfrecciare verso la conquista di terre incolte. Tra queste anche alcune multinazionali, tra cui la Rabobank, colosso olandese, e la Lukoil, azienda petrolifera russa che già monopolizza le pompe di carburante romene. I due colossi lavorerebbero la terra per produrre grano. Il motivo? Un funzionario della Rabobank che sta facendo affari con Oletti ha commentato così l’investimento: “I cinesi hanno cominciato a mangiare pane. E dato che quando si parla di cinesi si deve moltiplicare per miliardi di soggetti, abbiamo bisogno di grandi quantità di terreno per produrre sufficienti quantità di grano”. Insomma, la Romania sta diventando il nuovo ‘granaio d’Europa’ destinato però al mercato orientale.

Tutto questo ha ovviamente fatto lievitare i prezzi di mercato dei terreni. Se fino a dieci anni fa un ettaro costava duecento euro appena, oggi siamo passati a una media di 2500. Che rimane sicuramente poco per un investitore straniero ma che è del tutto fuori portata per la maggior parte dei contadini il cui stipendio medio in campagna si aggira intorno ai 100 euro appena.
Nel suo studio “L’accaparramento di terre in Romania: minaccia per i territori rurali”, l’esperto francese Judith Bouniol sostiene che ciò che sta accadendo in Romania comporterà non solo il controllo delle risorse da parte di pochi grandi investitori, in larga parte stranieri, ma conferirà loro pure il potere di decidere sull’uso di questi terreni causando una progressiva perdita della sovranità alimentare da parte del governo. Parlare di land grabbing è complicato, ammette Bouniol, dal momento che le persone non sono costrette a lasciare la loro terra, anzi la popolazione rurale, in larga parte anziana e vulnerabile, è generalmente entusiasta quando arrivano massicci investimenti di questo tipo. In definitiva l’impresa si trova davanti a contadini ben contenti di guadagnarsi qualcosa vendendo o affittando la propria terra.

“Tuttavia” scrive Bouniol “la legalità apparente di questo fenomeno è guidato da un guanto di velluto che maschera l’aggressività di un pugno di ferro”. Intanto l’esodo verso le città è in continuo aumento (la popolazione rurale è passata da essere l’80% della popolazione nazionale al 45%) e si stima che il 6% (700.000 – 800.000 ettari) di suolo agricolo romeno sia già in mano a soggetti transnazionali.

Un processo visto con favore dal governo e sovvenzionato dall’UE. Dal 2000 al 2006 la Romania ha ricevuto 150 milioni di euro a fondo perduto per progetti di ammodernamento delle strutture agricole finiti quasi tutti in tasca ai progetti di larga scala.

Nel 2012 l’Europa ha coperto per intero il costo di affitto dei terreni favorendo con soldi pubblici le aziende agri-business oriented. Per non parlare di come sono state distribuite le risorse: su 500 aziende, l’1% ha ricevuto la metà dei fondi disponibili; all’altra metà è andata il restante 99%. Inoltre, quasi tutti i contributi per il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (2,9 miliardi) sono stati erogati a quelle imprese capaci di mettere sul tavolo una cifra pari a quella richiesta: ciò significa che i piccoli contadini, a cui spesso non vengono erogati prestiti dalle banche per mancanza di garanzie, non hanno beneficiato di nessun aiuto allo sviluppo. Se ci aggiungiamo che recentemente la Banca Nazionale Rumena (BNR) ha proposto di stabilire tasse punitive per forzare i piccoli agricoltori a fondersi o vendere le loro strisce di terra, si può dire che lo sviluppo agricolo romeno ha la strada dell’industrializzazione già ben spianata.

Fonte: www.panorama.it

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Sistema Fiscale Romeno

Il Governo romeno ha recentemente annunciato dei cambiamenti che riguarderanno il sistema fiscale, i quali verranno probabilmente approvati prossimamente dal Parlamento.
Alcuni riguardano principalmente le tasse sui ricavi delle piccole imprese. Le aziende che guadagnano più di 65.000 euro pagheranno automaticamente il 3% dei ricavi, invece della normale tassa sul profitto. Finora si trattava di un’opzione che diventerà però obbligatoria, mentre la soglia è stata abbassata dai precedenti 100.000 euro. Le nuove regole si applicheranno alle imprese che abbiano aderito alle condizioni necessarie per essere considerate piccole imprese entro il 31 dicembre 2012. Per le aziende non è più necessario avere almeno un dipendente e massimo 9 per essere considerate piccole imprese.

Le compagnie che hanno ricavi tra 65.000 e 100.000 euro e che hanno optato per le tasse per le piccole imprese manterranno lo stesso sistema per il 2013. Le nuove imprese già da quest’anno dovranno pagare con questa tipologia.

Se una impresa supera i 65.000 euro di guadagno durante l’anno, pagherà le tasse sul profitto iniziando con il semestre in cui ha superato la soglia, ma il calcolo sarà fatto sull’intero anno.

Un altro cambiamento include i guadagni degli allevatori di animali, pesca e silvicoltura che vedranno aumentare il loro contributo al 16% dei guadagni. Queste misure puntano a ridurre l’evasione fiscale nell’agricoltura.

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